La casa è il prodotto di una storia

Le cascine “Cardine ed emblema della vita economica e sociale del feudo, sono fatte risalire al XV secolo, anche se studi più recenti, basati su fonti rimaste per decenni inesplorate, ne certificano la presenza fin dal X secolo: sotto forma di depositi e fienili, forse fatti di paglia e argilla e di conseguenza destinati a un rapido disfacimento, affiancati in qualche caso dalle abitazioni.

La parola “cascina” fece la sua comparsa in un atto del XII secolo. Gli esperti ritengono che sia di origine settentrionale, per la precisione lombarda. L’etimo affonda le sue radici nel latino volgare “capsia”, recinto per le bestie. E da “capsia” scaturisce “capsina”, poi “capsinna”, quindi “cassina” e infine, per l’appunto cascina. Altri non escludono che il termine possa essere la traduzione di “caseus”, cacio: se infatti la cascina è stata dimora del contadino, fu, prima di tutto, centro di lavoro, azienda con vocazioni e talenti zootecnici.”

“Essendo impossibile reperire nella zona pietre da taglio, ed essendo per altro insostenibili i costi per il trasporto dalle cave, per erigere la cascina fu impiegato il mattone cotto.

Inizialmente la cascina aveva un copro centrale riservato all’affittuario e un complesso che accoglieva i salariati e le loro famiglie. Tra l’uno e l’altro, si stendeva l’aia. Altri elementi potevano essere il barco (un portico utilizzato come stalla estiva), il pozzo, la ghiacciaia, il forno, la legnaia.

La caratteristica forma chiusa o a “a corte” venne realizzata, a detta degli storici, nella seconda metà del Seicento. A suggerire l’ampliamento furono anche le turbolenze dei tempi, con i grandi spazi della campagna non di rado infestati da bande di ventura e di malaffare…Sposandosi poi questa necessità con la volontà di esercitare un controllo più diretto su lavoro nei campi, i padroni si fecero innalzare la loro dimora in loco e sempre in posizione strategica: o di fronte o all’entrata.”

“La casa – è stato scritto – è il prodotto di una storia. a cascina non fa eccezione: al guscio, all’architettura, corrispondono i fermenti di vita e di lavoro. La sua è una testimonianza di fatiche, di ricerca di nuove risorse per strappare il meglio dalle zolle. Già nel Mille l’agricoltura padana aveva conquistato un posto di primo piano; dal tramonto del XVIII sino ll prima metà del Novecento, le sue realizzazioni s’imposero all’ammirazione degli agronomi stranierei, ma anche di quanti seppero leggervi il dipanarsi di uno sviluppo politico e sociale.”

Da “Poche lire e un piatto di minestra” in Piero Orlandi (foto) e Franco Presicci (testi), Cascine in Lombardia, Edizioni CELIP Milano, 1993

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